Vita di Pi
può sembrare una sorta di buddy-movie in versione indù e il trailer, come spesso accade, inganna ferocemente. In realtà, il film è un racconto denso di concetti quali la ratio e lo spirito, la fede e il valore della vita, tutti contornati dalla fantasia e dall’immaginazione.

Vita di Pi, adattamento dell’omonimo romanzo di Yann Martel, è stato diretto magistralmente da Ang Lee. È un’opera eccelsa, visivamente potente e suggestiva, che aiuta alla riflessione di sé e della propria spiritualità, al di là della mera religione, mantenendosi, tuttavia, ancorati alla ragione.

Il protagonista, Piscine Molitor Patel, detto Pi, è talmente affascinato dalle religioni, tanto da seguirne tre (Induismo, Cristianesimo e Islamismo) e la stessa abbreviazione del nome in Pi, unisce la trascendenza da un lato e la razionalità dall’altra e il ragazzo incarna questi due aspetti della vita professando, appunto, tre religioni, ma al contempo, mostrandosi curioso nei confronti della vita.

Pi (greco) è la costante matematica che rappresenta il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio. Pi è un numero irrazionale, trascendente e infinito. E Piscine Molitor Patel non è che un’allegoria del Pi.

Vita di Pi è un apologo di altissimo livello, aperto a qualsiasi interpretazione. Per certi versi, può ricordare Big Fish, come racconto di un uomo che arricchisce la sua storia di fantasia che, in alcuni casi, diventa necessaria, per non far apparire troppo cruda la realtà che viviamo. Il viaggio di Pi è impreziosito da Richard Parker, una tigre del Bengala con la quale condivide una scialuppa in mezzo all’Oceano, pesci volanti, un’isola carnivora, meduse fosforescenti, tempeste, ma soprattutto da Dio. Pi, nonostante la drammaticità della sua avventura, continua ad avere fede e a confidare in Dio, compagno di un lungo viaggio.

Un plauso va al regista che ha saputo unire gli effetti visivi ad una fotografia spettacolare sorretti da un’ottima colonna sonora, ben meritandosi l’Oscar come miglior regia, migliori effetti speciali (Westenhofer, Rocheron, De Boer e Elliott), miglior fotografia (Claudio Miranda) e per la miglior colonna sonora (Mychael Danna). Molto bravo il giovane protagonista Suraj Sharma.

Chiudiamo con una frase che avrà toccato i cuori di tutti, plurisemantica, quanto emozionante: «tutta la nostra vita è un atto di separazione, dobbiamo solo trovare il modo di darci il giusto addio».

Maria Giorgia Vitale



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